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Cloud Computing - Massima libertà e flessibilità PDF Stampa E-mail

CloudComputing

Un tormentone informatico del 2011 è il cosiddetto cloud com­puting. Letteralmente questa espres­sione significa fare computing, cioè in generale usare software, non nel proprio computer personale o azien­dale ma su altri che stanno all'ester­no, da qualche parte in quella nuvola (cloud appunto) che è l'insieme di tutti i computer connessi via Internet.  Anche senza prendere come oro co­lato certe mode del momento e certe esagerazioni di natura più o meno commerciale, non c'è dubbio che il cloud computing è qualcosa di importante, di cui chiunque usi i com­puter oggi dovrebbe conoscere al­meno i concetti fondamentali.

Cos'è il cloud computing, e cos'ha di diverso da tecnologie alla moda come grid computing o virtualizzazione?


La prima espressione (Grid Computing) significa, più o meno, collegare tutti i computer di un'organizzazione in un'unica griglia (grid) per poter usare in ogni momen­to quelli meno carichi, o più adatti al tipo di lavoro che di volta in volta si deve svolgere. Il grid computing si usa anche per dividere lavori partico­larmente pesanti, dalla progettazione di un circuito integrato alle previsioni meteo, in tante parti eseguibili simultaneamente su altrettanti nodi della griglia. Il punto importante è che mentre quei nodi possono essere (e spesso lo sono) anche a centinaia di chilometri di distanza l'uno dall'altro, si tratta in ogni caso di computer pri­vati, posseduti, configurati e utilizzati solo dalla stessa organizzazione che ne fa uso.

La virtualizzazione è, in un certo sen­so, l'inverso del grid computing. In quest'ultimo si connettono più computer in modo che funzionino, più o meno, come un unico, gigantesco cal­colatore virtuale. La virtualizzazione consiste invece nel dividere con vari artifici la potenza di calcolo di una Cpu e la sua Ram, in modo che ap­paiano agli utenti come tanti compu­ter indipendenti, ovviamente virtuali. Semplificando parecchio si può dire che la virtualizzazione consente di rispar­miare hardware: invece di comprare tanti computer che magari passereb­bero la maggior parte del tempo in attesa di istruzioni, se ne compra uno solo e lo si fa usare più o meno simul­taneamente a diversi utenti.

Grid computing e virtualizzazione hanno, pur essendo profondamente diversi, una caratteristica comune molto importante, che è anche quella che giustifica la ricerca di altre strade come il cloud. In entrambi questi casi chi compra, configura, aggiorna e mantiene in efficienza i computer della griglia o quelli virtualizzati, è la stessa persona o organizzazione che effettivamente useranno quei compu­ter.

Lavorare nella o con la nuvola, in­vece, significa lavorare regolarmente con computer (e in molti casi anche software) posseduti, preparati e am­ministrati da altri. Questi altri potreb­bero essere dei partner fissi di un'a­zienda, oppure perfetti sconosciuti che offrono (gratis o a pagamento è un altro discorso) l'uso dei loro com­puter a chiunque glielo chieda. La ra­gion d'essere del cloud computing è avere accesso garantito a file e pro­grammi via Internet, dovunque ci si trovi, potendosi permettere di ignora­re seccature come installazione, ag­giornamenti e sicurezza del software.

A livello professionale il cloud com­puting è particolarmente adatto per quando si ha bisogno di software, ogni giorno o una tantum, ma mai con un'intensità o criticità tale da giu­stificarne la gestione in proprio. Esistono diversi tipi e livelli di cloud computing, ognuno con il suo nome più o meno ufficiale. La forma più semplice da usare, già conosciuta e utile a tantissime persone, è quella che di questi tempi viene chiamata SaaS, ovvero "Software as a Servi­ce". Si parla di SaaS quando, come nel caso di Gmail, GoogleDocs, Flickr o servizi equivalenti, individui o aziende si limitano a usare singoli programmi o servizi completi, già belli e pronti sui server di qualche fornitore. Oggi come oggi, tutto quel che serve per lavorare nella nuvola in modalità SaaS è un qualsiasi browser compatibile con JavaScript e Ajax, ol­tre ovviamente a una connessione In­ternet veloce e affidabile. SaaS è il cloud computing più semplice.

Quando si vuole lavorare nella nuvo­la usando programmi particolari, più sofisticati (oppure quando si vuole of­frire un servizio di quel genere) si parla di PaaS, ovvero "Platform as a Service". Paas significa offrire poten­za di calcolo on demand, via Internet, per eseguire qualsiasi applicazione o gruppi di applicazioni per un certo si­stema operativo, sempre senza dover acquistare e gestire quel software e tutto l'hardware sottostante. Secondo una popolare definizione, PaaS è un servizio che permette di costruire ve­locemente i programmi e ambienti software di cui si ha bisogno, senza dover acquistare o configurare da ze­ro i relativi ambienti di sviluppo.

Se il cloud computing è così vantag­gioso, perché privati, aziende e Pub­bliche Amministrazioni non sono già passati tutti a questo modo di usare i computer?

La risposta, in realtà, è molto semplice, anche per chi non è un programmatore. Dal punto di vista puramente tecnico l'ostacolo più grande al cloud compu­ting, ma anche il più semplice da valu­tare, è la banda. Per lavorare sempre e solo via Internet, anziché con pro­grammi installati sul proprio desktop o laptop, occorre la certezza di avere sempre una connessione veloce, sta­bile e poco costosa. Almeno in aree urbane, oggi questo non è un grosso problema per il singolo utente privato o professionale che lavora magari da casa. Qualsiasi connessione ADSL re­sidenziale è più o meno compatibile con usi del genere. Le cose cambiano pa­recchio se a dover lavorare in remoto è un'intera organizzazione, a cui po­trebbe servire una connessione tal­mente costosa da mettere in discus­sione la convenienza della nuvola.

Il problema più serio, comunque, è nel motivo di base per cui usiamo i computer. Anche se installare e tene­re aggiornati hardware e software (Open Source o no) può essere una spesa e un impegno non indifferente, in realtà quelli sono solo strumenti per produrre, elaborare e scambiare ciò che conta davvero, cioè documenti e dati grezzi. Affidarsi interamente a software e Storage gestiti da altri può significare non poter più cambiare fornitore di cloud, a meno di non aver prestato molta attenzione ad alcune cose fin dall'inizio. La prima è che nella nuvola, proprio perché non si usano i propri computer, il fatto che il software sia Open Source o proprieta­rio può contare ben poco. Il cloud computing si può offrire sia con software Open Source sia proprieta­rio. Un provider che usi solo software proprietario, ma con interfacce che facilitano al massimo copie locali di tut­ti i dati e migrazioni verso altri provi­der sarebbe molto più aperto di uno che, servendosi di solo software Open Source, costruisse un ambiente che funziona solo sui suoi server, o su ser­ver configurati nello stesso identico modo!

Insomma, un servizio di cloud compu­ting serio deve offrire a tutti i suoi utenti, co­me minimo, la libertà di poter accedere a tutti i loro dati e sca­ricarli in qual­siasi momento, anche in formati grezzi aperti che siano diret­tamente utilizzabili presso altri forni­tori di cloud.

 

Fonte: PC Professionale - Luglio 2011

 

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